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Le
dichiarazioni, rivedute ed ampliate, sono tratte
da:
»
Libro "Lo spettacolo in tv ovvero la
tv è meglio farla che guardarla", a
cura di Luca Martera (Dino Audino Editore, 2000);
»
Articolo "Nel segno della tivvù"
di Gualtiero Peirce (supplemento Venerdì, La Repubblica,
9 aprile 1999);
»
Articolo "Povera Rai, tutti quizzettini
e piagnistei" di Denise Pardo (L'Espresso,
6 agosto 1998);
»
Articolo "Falqui: una tivù tutta da buttare"
di Franco Marcoaldi (La Repubblica, 6 luglio 1996). |
LO
STILE
Bisogna
essere coerenti col proprio stile, mantenendolo nel tempo,
senza cambiare o rubare dagli altri. In tutti i miei spettacoli
c'era il liberty che piaceva a me ed era questa la base.
Studio Uno è rimasto nella memoria non solo per
i personaggi ma per la fattura.
E' una leggenda che costavano di più i miei programmi, costavano
quanto gli altri. Facevo semplicemente figurare meglio le
cose.
Quando ho fatto la prima Canzonissima con Manfredi-Scala-Panelli,
discussi con Garinei e Giovannini per mantenere lo studio
vuoto, con la confluenza tra pavimento e fondale, così da
ottenere l'illusione del personaggio nero sul fondo bianco
indefinito.
Se parliamo di intrattenimento, lo specifico tv tutto sommato
è quello che ha instaurato Studio Uno, che ha tirato
giù lo spettacolo dal palcoscenico per portarlo nello studio
televisivo, coinvolgendo la parte tecnica e facendo vedere
tutto: luci, piazzamenti e passerelle. Quello ero lo specifico.
Due cose erano e restano essenziali per questo tipo di spettacolo:
il pubblico e l'orchestra. Il primo dà sangue a tutto lo
spettacolo, sottolineando le battute con gli applausi, mentre
l'orchestra, che è pure "sangue musicale", è quanto
di meglio ci possa essere come fondale.
Studio Uno era anche la summa evoluta dei varietà
precedenti, barocchi, provinciali, molto milanesi. Chissà
perché in queste cose, già prima della tv commerciale, i
milanesi sono così poco eleganti. Prendiamo oggi Ricci e
Limiti: in senso estetico sono di un gusto abbastanza discutibile.
Rimane un mistero come quello che arriva da Milano, che
è pure la capitale della moda, sia tutto piuttosto provinciale,
molto colorato e abbastanza volgaruccio.
Nei miei show, c'era la sorpresa, il grande effetto, il
colpo di scena, il senso dello spettacolo, dello sbalordimento,
non il bla bla. Sono sicuro che un programma come Milleluci,
se fosse riproposto oggi alle nuove generazioni, sarebbe
gradito.
LA
SIGLA
La
sigla era "fondamentale" perché c'era dentro un
interesse commerciale: erano tutti successi discografici.
Non era nata con la funzione di essere una promessa-premessa.
Per me doveva essere contestualizzata al programma, come
ad esempio Zum Zum Zum cantata da Mina in Canzonissima
dove venivano valorizzati gli strumenti musicali. Molte
però erano lunghe e non pertinenti: andavano in onda ogni
settimana per dodici settimane, quattro minuti e mezzo in
testa e in coda alla lunga sono pesanti e incidono sul ritmo
dello spettacolo. E' un bene che siano quasi sparite.
LA
REGIA
Oggi
si parla di ripresa e non più di regia. Un tempo, il regista,
anche autore in virtù della sua formazione poliedrica e
internazionale, era sì un accentratore di potere ma di potere
artistico soprattutto, con uno stile ben definito; oggi
al regista, in molti casi, è fatto divieto di avere contatti
persino con gli altri reparti del programma. La ripresa
di oggi è asintattica e casuale. I registi hanno a disposizione
sette-otto telecamere e le usano per fare sfoggio di ripresa
più che per necessità. C'è questa tendenza a realizzare
tantissimi stacchi che non fanno altro che distrarre lo
spettatore. Certo, in assenza di contenuti è un modo un
po' facile per non far annoiare lo spettatore.
Oggi il regista non è più padrone dello spettacolo. A difendere
quest'ultimo non ci pensa più nessuno, dato che al funzionario
preoccupa solo il contenimento dei costi, agli autori lo
share e al conduttore i soldi dello sponsor.
IL
METODO
Il
lavoro di preparazione era molto lungo: erano programmi
compositi. Occorrevano mesi di preparazione per i due spettacoli
di varietà del sabato sera che andavano in onda ogni anno.
Per me la scaletta rappresentava l'arco narrativo: era il
modo per inseguire la parabola di un emozione. Un mix di
toni e emozioni, doveva essere: dopo una canzone sofisticata
di Mina, ci mettevo Walter Chiari. Mina, grande già di suo,
voleva dire però anche Ferrio e Canfora, cioè musicisti
e arrangiatori fenomenali. Oggi attorno al cantante non
c'è questa grande materia.
L'autore non si occupava delle scalette, scriveva e basta,
spettava al regista la dinamica dello spettacolo, mettere
una cosa al posto di un'altra, la scaletta è una cosa registica,
non vedo che cosa c'entri l'autore.
Quando c'erano pezzi di prosa non si provava a tavolino,
si facevano solo letture preventive. Prima di registrare
si mettevano a punto solo i toni. Chiari, ad esempio, parlava
in molti casi a braccio, ma non aveva certo carta bianca
come molti comici di oggi. I nostri non erano conduttori
ma attori. Corrado funzionava per la sua simpatia, senza
la solennità di un Baudo che comunque con i suoi pregi e
difetti ha portato avanti la tradizione del varietà classico.
Alla Carrà, invece, si dà carta bianca su tutto: sceglie
ogni cosa, anche i costumi. Solo per i suoi otto milioni
di telespettatori. Persone come lei o Celentano vanno tenute
a bada, non bisogna dare loro il controllo totale.
DURATA
La
durata giusta di un varietà è un'ora: oggi si sbrodola tutto
perché bisogna coprire sia la prima sia la seconda serata.
Tuttavia, le ragioni economiche non possono prevaricare
tutto, al punto da ridurre uno spettacolo in un non spettacolo:
è una rovina allungare uno spettacolo, anche per i più riusciti
come quello di Fiorello. Che cosa cambia fare due spettacoli
di un'ora? Per lo sponsor non cambia nulla, anzi forse è
meglio perché ha maggiori possibilità di collocare i suoi
prodotti. Non esistono spettacoli di due ore negli Stati
Uniti, al massimo durano mezz'ora. Due ore e mezza o tre
ore sono un tempo di spettacolo insostenibile, anche per
chi guarda Via col vento.
BALLETTI
Con
i balletti si raccontavano delle storie. Ad esempio una
coreografia ispirata al Proibizionismo era l'occasione per
sfruttare l'iconografia del genere: il charleston, le bottiglie
di champagne nelle culle. Oggi si fanno delle siglette ballate.
I balletti erano affreschi di un'epoca, la loro realizzazione
era simile a quella di uno spot, con cambi repentini di
costumi e scenografie.
IL
PLAYBACK
Il
playback è un inganno allo spettatore, una truffa, non lo
posso ammettere. Lo giustifico solamente in un balletto
dove è impossibile far ballare e cantare contemporaneamente
una showgirl.
IL
PUBBLICO IN STUDIO
Il
pubblico era una risata e un applauso, come doveva essere.
Oggi ha preso il posto dell'attore, è il protagonista assoluto.
Si usano dolori e gioie della gente comune per farne spettacolo.
Qualità significa il buon gusto, l'eleganza e la non volgarità
che oggi impera.
Ai festivals di Montreux vincevamo sempre noi, erano gli
altri a copiarci, oggi è il contrario. Inoltre, rimanevano
sbalorditi per il fatto che facevamo un varietà o due a
settimana.
IL
NULLA
Non
si può fare la "filosofia del nulla" per certi
programmi, come alcuni di Boncompagni, ad esempio. Io non
ci casco in questo tranello. Il nulla è nulla, non è una
filosofia, è solo il vuoto pneumatico. Così come non si
può fare la "filosofia dei silenzi" per Celentano.
Per questi casi, c'è una parola che si chiama amnesia.
BANCARELLA
E SPONSOR
Le
marchette del libro, del film e della canzone venivano spettacolarizzate
e contestualizzate nel programma. I discografici e i fotografi
potevano entrare in studio solo in alcuni momenti: non mi
interessavano i loro interessi. Ho avuto diversi scontri
con loro, soprattutto con i primi. Persino con Carosello,
gli sponsor dovevano stare al loro posto, non vedo infatti
che cosa hanno a che vedere con la creazione artistica.
Oggi si assiste a una vera e propria forma di schiavitù
o deferenza verso gli sponsor, che hanno più potere perché
manca una struttura dirigenziale forte con una precisa linea
editoriale: è una forma di acquiescenza tipica di chi non
ha una forte personalità, ecco perché a comandare sono anche
in molti casi le carrà e i celentani.
COMICITA'
Non
sono per una distinzione ferrea nei generi comici: quelli
di Franca Valeri, che parla al telefono, abbigliata con
un'acconciatura strana, erano un misto tra sketch e monologo.
Dire che Fanfani è basso non è satira, ma parlare del suo
programma politico sì. Oggi non si fa più satira, perché
c'è poca ideologia, non perché mancano scrittori satirici.
Michele Serra e Stefano Benni hanno dimostrato di essere
capaci di cose validissime. Come non posso non affermare
che Teo Teocoli, Corrado e Sabina Guzzanti hanno un talento
indiscusso per questo genere. Prendiamo L'Ottavo nano,
ad esempio. I fratelli Guzzanti funzionano a meraviglia,
ma è il programma ad essere squinternato: la Dandini dice
sempre le stesse cose; non si sa fare lo spettacolo nel
suo insieme, ci si limita ad ammucchiare i pezzi dei comici.
Si è sempre fatta la parodia della tv, sin dai tempi di
Tognazzi e Vianello su Mario Soldati in Viaggio nella
Valle del Po. Ci sono situazioni che si prestano assai
bene per essere parodiate, come Maga Maghella - Raffaella
Carrà che viene schiacciata dal piede di Vianello.
Non è un caso che ad avere maggiore successo siano i comici
che hanno fatto la gavetta, quelli che hanno sofferto un
po' prima. Panariello e Fiorello non hanno fatto l'avanspettacolo,
ma hanno fatto gli intrattenitori nei villaggi turistici,
certi non hanno fatto neanche questo. Solo chi ha sperimentato
il contatto con il pubblico, funziona.
I
TELESPETTATORI
La
missione era di intrattenere, cercando di educare il gusto
del telespettatore. Ho sempre lavorato per un mio pubblico
ideale, non per insegnare agli analfabeti, poi se di questo
usufruivano anche loro, male certo non faceva.
Forse uno dei mezzi di divulgazione più forte è proprio
il varietà: cercavo di straforo di far passare anche cose
un po' più ricercate, insieme ai cantanti e ai comici. Se
vuoi insegnare qualcosa e lo fai come lezione, non funzionerà
mai. La gente oggi prende quello che c'è perché non ha altra
scelta, non perché è quello che vuole. Il pubblico recepisce
quello che gli si dà e se è di buona qualità lo premia.
Non c'è l'obbligo della volgarità: è solo una scusa di chi
non ha idee mettere tette e culi. Ma volgare è anche realizzare
due versioni di Padre Pio: è una cosa dell'altro
mondo! Così come fare due quiz (Quiz show e Chi
vuole essere miliardario?), così spudoratamente identici.
Perché il pubblico premia un programma come Striscia
la notizia? Perché il "kitsch" di Ricci è
furbastro e il suo programma è la cosa più stuzzicante che
c'è a quell'ora.
Tutte le nicchie vanno rispettate e non ignorate, se c'è
sempre pubblico per un Giorgio Panariello, ce n'è sempre,
anche se di meno, per Alessandro Baricco e Marco Paolini.
RAI
E POLITICA
Una
volta si doveva stroncare tutto perché la tv era un organo
di stato, eravamo visti come prodotti dell'apparato democristiano
di Bernabei. Lo rimpiango Bernabei perché, al di là della
sua fede politica, riusciva a fare della tv ottima. Da più
parti, si riteneva invece che ci fosse un compiacimento
da parte della Dc nel proporre varietà così curati, quasi
a dire "Visto che cosa vi diamo". Una visione,
questa, sicuramente provinciale delle cose.
Si dice sempre che è stata la politica a rovinare la Rai.
Secondo me le si dà un'importanza eccessiva per coprire
la vera magagna: il trionfo, da un certo punto in avanti,
degli incompetenti. Se il disastro cui siamo arrivati avesse
davvero un fondamento politico, allora non si capisce perché
ci troveremmo nella paradossale situazione di dover rimpiangere
Bernabei: politicamente, da me distante; ma come direttore
d'azienda un gigante, se paragonato ai nani d'oggi. Intendiamoci,
tra i dipendenti dell'azienda ci sono, e soprattutto c'erano,
fior di personaggi. Solo che mentre i La Capria e i Patroni
Griffi venivano messi in condizione di non lavorare, e infatti
se ne andarono, cominciò a dettare legge una massa di inetti.
Gente che non era andata a teatro neanche una volta, a parte
il Bagaglino, ma che in compenso si è imposta rapidamente
su tutto e su tutti. Hanno trovato dei registi galoppini,
e progressivamente allontanato chiunque badasse alla qualità,
al gusto, alla precisione. Se si pensa soltanto che ormai
fanno sei ore di trasmissione come Domenica in
quasi senza prove, come viene viene, all'impronta, poi si
capisce perché i risultati sono quelli che sono".
TV
DI OGGI
Il
panorama dell'intrattenimento moderno è composto di piagnistei
e quizzettini. Raffaella Carrà e Maria De Filippi presentano
spettacoli di ricongiungimenti tra reduci, scontri tra mariti
impotenti e mogli frigide o zuffe micidiali tra figli e
genitori, poi ci sono le filastrocche di improbabili zingare
da salotto e una pletora di esseri mitologici metà poltrona
e metà telefono, inflitti a tutte le ore, che ossessivamente
domandano: "Da dove chiama signora?" per sentirsi
rispondere: "Complimenti per la trasmissione".
Quando accendo la televisione mi sento male, per me l'intrattenimento
è una specie di sogno inverosimile, tutto bianco e tutto
lindo, un po' kitsch come un film di Fred Astaire.
Qualcuno obietta che Studio Uno, Canzonissima
e Teatro 10 sono modelli superati dai tempi e dai
miti delle nuove generazioni. Forse, ma non abbiamo la controprova
di questo, lo immaginiamo. Oggi la punizione è lo zapping,
non i fischi del pubblico. Non sono sicuro che la gente
voglia sempre il peggio, non sono sicuro che la Rai dia
quello che vuole lo spettatore.
Si dice che la televisione deve essere aderente alla realtà,
ma il varietà è nato come uno svago, una visione, un'evasione:
divertirsi e passare il tempo piacevolmente vedendo qualcosa
di elegante. Il varietà non ha funzione culturale ma può
almeno tentare di stimolare il senso critico e il buon gusto;
mi sembra che oggi invece si punti solo sull'ovvietà e sulla
volgarità. Dai tempi del Manifesto di Marinetti,
il varietà è sempre stato un sogno. Nei varietà d'oggi,
non c'è più lo spettacolo, che è fatto di numeri ben pensati,
ben provati e ben architettati. Di idee al massimo ce ne
sono due o tre, anziché venti. È più facile riempirlo con
cinque drammi familiari anziché con cinquanta numeri di
spettacolo: costa di meno e si risparmia in idee. Sono format
cioè merce, non prodotti di qualità. Un'altra tragedia è
il contenitore che, lo dice la parola stessa, contamina
il varietà, il quale non deve essere un recipiente dove
si mette tutto, ma un programma in cui ci si diverte con
comici e ballerine. Non ci devono stare i libri, le foche
e i reduci.
Un altro errore, spacciato per alibi da chi fa tv, è la
fretta. Il poco tempo è molto relativo, in Rai quando si
vuole c'è il tempo. Dopotutto, Pingitore, con i suoi spettacoli,
va in diretta ogni settimana come si faceva un tempo per
Studio Uno, e se vogliono spendere i soldi lo fanno senza
batter ciglio come per gli spettacoli di Celentano, senza
peraltro ottenere risultati sulla lunga serialità, dato
che fare quattro puntate è tutto sommato un gioco da ragazzi.
RICORDI
DI FALQUI
Dal
volume "Mina - I mille volti di una voce"
(Mondadori, 1998):
Mina...
Mina... la sola, la migliore, l'incomparabile... Che cosa
non si è detto su Mina? Io stesso, in tanti anni di lavoro
insieme, quante volte non avrò detto, scritto, registrato
quegli aggettivi?
Del canto e delle canzoni di Mina si sa tutto, fin nei minimi
particolari. Li riassumo dicendo solo che rimarrà sempre
il fatto che non abbia mai vinto il Festival di Sanremo,
benché le sue canzoni (Tintarella di luna o Se
domani) abbiano venduto di più di decine di cantanti
proclamati vincitori. Voglio invece parlare dello straordinario
istinto di Mina: un istinto alle origini inconscio poi via
via sempre più consapevole. Istinto nel muoversi, nel gesticolare
(le sue mani sono ormai una leggenda), nel parlare, nello
scegliere il minimo indispensabile, ciò che era strettamente
necessario dire o fare; l'istinto di mettersi addosso quello
che le era congeniale, naturale, spontaneo.
Mina ha cantato, ha ballato, ha recitato e ha ricevuto decine
e decine di personaggi famosi, e metteva sempre a proprio
agio se stessa e chi le era affianco. Poteva essere un cronometro
di precisione come Gassman o un magnifico orologio svizzero
senza sfere come Totò; Mina trovava sempre il modo giusto
per esprimere in ogni incontro simpatia, comunicativa, successo.
In circa quindici anni di lavoro io e Mina ci siamo conosciuti
bene. La lasciavo molto libera nelle scelte (canzoni, parole,
atteggiamenti) e lei non ha mai, dico mai, eccepito nulla
sul mio lavoro (abiti, riprese, luci, posizioni, movimenti,
atmosfere ecc.). Solo una volta discutemmo un po' perché
lei, per una specie di un suo innato pudore, non si sentiva
di interpretare la macchietta dei primi del '900 che raffigurava
un timido soldatino balbuziente. Mina mi disse allora che
lei era una cantante e non un'attrice. Poi fece la macchietta,
naturalmente benissimo. Sono e sarò sempre convinto che
chi ha le innate capacità di Mina può fare quasi tutto,
e sempre bene, poiché alla fine quel prezioso istinto che
lei possiede diventa vera e propria genialità.
Dal
volume "Quelli come noi - Omaggio ad Alice ed Ellen
Kessler" (Stamperia dell'Arancio, 1998)
Eravamo
al Lido di Parigi, una sera, io e l'amico Guido Sacerdote,
che in quelle nostre perlustrazioni all'estero, fungeva
anche da produttore esecutivo. Improvvisamente sulla grande
pedana arrivarono le Kessler: una visione particolare, insolita,
fuori da ogni canone del tran tran rivistaiolo. Dissi a
Guido: "Quelle due ci risolverebbero tutto". Dovevamo
fare, alla tv italiana, Giardino d'inverno. Guido
mi guardò come si guarda un matto. Togliere due pilastri
di quel genere da uno spettacolo del Lido a quei tempi,
non era neanche da pensare. Io, al mio solito, insistei
molto in quel mio folle desiderio e Sacerdote, alla fine,
quasi si sentì spronato dall'audacia di quel sogno impossibile.
Cominciò a trafficare, a parlare con gli impresari delle
Kessler, con Miss Bluebelle, che allora capeggiava il corpo
di ballo del Lido, e alla fine riuscì nell'impresa. Guido,
quando si metteva all'opera, era una fonte irresistibile
di risorse ed inventive.
Era il 1961: le Kessler apparvero per la prima volta nella
tv italiana in Giardino d'inverno. La visione televisiva
delle due "vedettes" fu talmente scioccante che
di loro parlarono tutti, anche le penne più impegnate ed
estranee al mondo del varietà. Fu una specie di avvenimento
di costume. Due così: alte, belle, giovani, perfette, signorilmente
distaccate, diverse da ogni altro stereotipo del varietà
italiano di quei tempi, bloccarono l'attenzione; la loro
eleganza eliminò ogni rimasuglio di provincialismo dalla
"soubrette" di rivista, che cominciò a chiamarsi
"showgirl"; le loro sigle divennero quasi inni
nazionali. Credo che al Lido non tornarono più perché, dopo
Giardino d'inverno, facemmo insieme, per vari anni, Studio
Uno e poi tanti altri spettacoli. Col tempo le Kessler persero
persino quel po' di distacco iniziale che avevano e diventarono
comunicative, accessibili, insomma italiane. Loro divennero
famose e noi degli uomini di successo. Non è poco.
Dal
volume "Eugenio Guglielminetti - Un pittore a teatro"
(Lindau, 1992)
Eugenio
Guglielminetti è un artista singolare e raffinato, che applica
la sua cultura e il suo gusto pittorico alle scene, come
un pittore potrebbe applicarli sulla tela. Non mi sentirei
neanche di annoverarlo fra la schiera dei pur validi scenografi
televisivi, se non come una sorta di "eccezione".
Ebbi infatti quasi un certo rimorso quando, nel 1985, lo
chiamai e lo vidi poi scaraventato al Centro Rai Tv Nomentano
della Dear per realizzare la terza edizione delle undici
puntate di Al Paradise. Un varietà, sì un varietà:
i ritmi, l'imprecisione, la follia, i capricci, i cambiamenti
repentini che allignano sempre in un varietà. La Dear era
praticamente inaugurata da noi; quindi poca organizzazione
e strutture da sperimentare, in uno studio non comodissimo;
venti giorni di preparazione per l'impianto scenico e una
settimana per creare e realizzare le scene occorrenti agli
argomenti di ogni puntata. Sì, Eugenio, un intellettuale
meticoloso, un paziente ricercatore, un cesellatore del
dettaglio, in quei meandri kafkiani dei reparti scenografici
televisivi! Eppure lui quasi quasi ci si divertiva. Affrontava
sia il "varietà" che le molte difficoltà con un
bonario sorriso ottimistico, che finì per contagiare tutti
i suoi collaboratori, e persino me. Un sorriso che, certo,
gli derivava dalla sicurezza della sua esperienza e che
negli altri provocava un doveroso rispetto per la sua riconosciuta
personalità artistica.
Si trattava, tra l'altro, di dover montare, per mano dei
ballerini, all'inizio dello spettacolo e in registrazione
differita (che è quasi una diretta), un locale sul genere
del "Paradis latin" parigino, svolgervi lo spettacolo
(con i numeri, e quindi con tutte le scene che a essi occorrevano)
e alla fine, sempre per mano dei ballerini, rismontare completamente
il locale fino a restare, come all'inizio, con un cielo
vuoto e sereno: il "Paradise" appunto. Impresa
non facile, per non dire titanica. Eppure Guglielminetti
non solo riuscì a realizzare tutto ciò, ma lo fece con dovizia
di particolari e preziose trovate scenografiche. Che so:
il cielo non era solo un cielo, ma conteneva astri e asteroidi
curiosi, alcuni avveniristici altri arcaici, come in un
astratto e magico universo; il locale aveva un sapore vagamente
"déco", ma era un "déco" guglielminettiano,
reinventato, pieno di riferimenti a stili e decorazioni
di epoche diverse. Inoltre questo locale doveva contenere
una grande orchestra semovente, una platea e una galleria;
un ambiente raffinato e complesso, dunque, ma nel contempo
duttile a mille facili cambiamenti a vista.
Tuttavia, quel che mi ha impressionato di più in tutto il
grosso lavoro fatto con Guglielminetti, non è tanto la tecnologia
scenografica, quanto il suo modo di concepire ogni scena.
Non già come un grande spazio di studio televisivo da rivestire,
ma come un singolo quadro da gustare ogni volta e non dimenticare,
ricorrendo a frequenti accostamenti fra realtà e astrazione,
utilizzando materiali vari: carta, giornali, grafiche, dipinti,
stoffe, legnami, plastiche, materiali nuovi. Accostamenti
che in pittura, volendo definirli, si chiamerebbero "tecniche
miste"; ma Eugenio agiva su grandi spazi e anche questo
termine fu da lui abilmente adattato e poi adoperato per
uno scenario televisivo assolutamente inconsueto.
L'altra notte, guardando la televisione, come quasi ogni
notte e solo di notte faccio, mi sono imbattuto in una replica
di questo terzo Paradise. Benché fosse assai tardi mi ricordo
che rimasi attanagliato davanti allo schermo per un'ora
e più, attratto proprio dal fascino estetico del programma,
dal suo gusto scenografico. C'era tra l'altro una scena,
nella quale il famoso fantasista Arturo Brachetti compiva
mille travestimenti e mille trucchi fantasmagorici, che
era di una bellezza addirittura rasserenante; tutta bianco
azzurra, con vaghi riferimenti a Magritte, a Dalì, a Clerici,
che componevano un insieme metafisico in perfetta combinazione
col fantasioso trasformismo dell'artista che in esso agiva.
Dico la verità. Mi sono chiesto: non sarà un po' troppo?
Ma mi son subito risposto: no, allora non lo era, ed eravamo
appena al 1985; oggi, per palati avvezzi ad assaporare pacchiane
immagini folcloristiche o ambientini provinciali se non
strapaesani, forse sì. Ma cos'è: è cambiato il gusto del
pubblico? O, durante il tempo trascorso da allora, hanno
involgarito quei palati? Lo so, caro Eugenio, è un discorso
lungo: lo rifaremo. Intanto: grazie per allora.

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