Aldo Grasso
da "Storia della televisione italiana" (Garzanti, 2000):
Falqui rappresenta
l'espressione più alta del varietà televisivo classico: l'eleganza formale, gli ampi e
maestosi movimenti di macchina, la proposta del numero "internazionale", le
scenografie sempre vagamente liberty costituiscono certamente il marchio di fabbrica del
più formidabile regista del varietà televisivo "tradizionale".
Falqui è cosciente di non potersi fare eccessive illusioni estetiche con programmi di
intrattenimento, ma ribadisce continuamente che le forme espressive che si è scelto
necessitano comunque di gusto e intelligenza.
A proposito di Ottovolante:
Un programma di giochi e
brani di varietà, una specie di caccia al tesoro, allestita da Antonello Falqui. Si
tratta di uno dei primi incerti passi che il varietà televisivo muove alla ricerca di una
formula autonoma, dopo le iniziali esperienze mutuate dalla radio o dal teatro. Falqui
inventa "la pesca della fortuna", dove i concorrenti sono invitati, con tanto di
canna, lenza e amo, a tirar fuori da un contenitore le cose più strane; Enrico Luzi, con
un "bando" in tempo reale, invita il pubblico a portare in trasmissione gli
animali più curiosi, vivi e, possibilmente, innocui: dopo circa mezz'ora arriva in studio
la polizia e l'ingresso nell'auditorium sembra uno zoo.
A proposito di Canzonissima:
Il raffinato gusto
scenico e la grande abilità professionale di Falqui trovano il perfetto sbocco in Canzonissima;
l'edizione con il trio Scala-Panelli-Manfredi resta il più perfetto paradigma di varietà
televisivo "classico", il più elegante e vivo trapasso del teatro di rivista
nel nuovo mezzo.
Tra tutte le edizioni, la più citata e mitica è quella del '59 di Garinei, Giovannini,
Dino Verde e Lina Wertmuller, diretta da Falqui e presentata da Delia Scala, Nino Manfredi
e Paolo Panelli. Il programma prende subito quota, trovando il giusto equilibrio tra
rivista, canzonette e "televisività", e si pone come il più compiuto punto di
riferimento per ogni successivo spettacolo di varietà italiano.
A proposito di Giardino
d'inverno:
Andata in onda per una
sola stagione e firmata da Dino Verde, è una rivista "senza parole" che apre il
music-hall italiano a suggestioni internazionali. La regia di Antonello Falqui sperimenta
spericolate acrobazie tecniche ed espressive, su cui si appuntano le critiche di Achille
Campanile: "In Giardino d'inverno, mediante trucchi tecnici delle
telecamere, Gorni Kramer riesce ad apparire in due differenti immagini, nello stesso
momento, sul medesimo video. Poiché le due immagini sono state filmate in diversi
momenti, separatamente, e poi riunite sul video, figurano come se fossero due persone
diverse. Ma attenzione! Scherzi di certe situazioni: il fatto di star seduti su due
minuscoli sgabellini, misto all'abituale espressione del volto, fa sì che tutto
l'effetto, lungi dall'essere il sorprendente sdoppiamento di un brillante suonatore di
fisarmonica, sia quello di due signori che, con qualche pena e con un po' di disagio per
il fatto di doverlo fare in pubblico, stessero facendo la cura di Montecatini".
A proposito di Studio
Uno:
Falqui è stato negli
Usa, ha visto spettacoli nuovi, vuole proporli in Italia. Da una pratica in particolare è
stato colpito: non c'è più bisogno di scenografie sfarzose, gli artisti si muovono su
fondali fatti di grandi spazi bianchi. La telecamera può così far risaltare meglio i
corpi delle ballerine, delle star, dei conduttori; si comincia in questo modo a ragionare
in termini di linguaggio televisivo. E poi la cosa più moderna, sconvolgente: si vedono
in campo gli strumenti con cui si riprende lo spettacolo: telecamere, microfoni, giraffe,
luci... Il risultato è Studio Uno, la prima rivista squisitamente televisiva, uno
spettacolo che paga una volta per sempre il suo debito con il varietà teatrale.
A proposito di Bambole,
non c'è una lira!:
Paillettes, piume di
struzzo, luci sfavillanti e ballerine in abiti succinti come in Studio Uno e in Giardino
d'inverno e il resto ha poca importanza. Il regista Antonello Falqui, proprio perché
quella della rivista teatrale sembra essere una storia conclusa, pensa sia "il
momento giusto per fare il punto su che cosa ha rappresentato e sul perché è
finita". Ripercorre così le principali tappe dell'avanspettacolo, in una carrellata
dal '35 al '60. Attraverso le vicende di un'immaginaria compagnia squattrinata e sempre
alla ricerca di finanziamenti, si scoprono le caratteristiche del teatro leggero con i
suoi componenti fissi: la soubrette capricciosa ma essenziale per lo spettacolo, il
giovane brillante, la "soubrettina" in grado di cantare, ballare e recitare
anche senza vero talento ma bella di presenza, il comico che viene dalla gavetta e che
riempie i "vuoti" tra un cambio di scena e l'altro, il
cantante-ballerino-porteur e infine la coppia di produttori.
A proposito di Giandomenico
Fracchia:
"Una definizione di
Giandomenico Fracchia è difficile; si tratta di uno spettacolo abbastanza
inconsueto, una commedia musicale con molte parole, o, se si preferisce, una commedia in
prosa con musica e canzoni, in sostanza quattro film veri e propri con musica e
coreografia (perché il taglio è decisamente cinematografico), quattro film girati in
quaranta giorni, una specie di record", sostiene Antonello Falqui, regista e coautore
dei testi con Dino Verde, Marcello Marchesi, Umberto Simonetta, Italo Terzoli, Enrico
Vaime, Maurizio Costanzo e lo stesso Paolo Villaggio. Fracchia (corrispettivo televisivo
del cinematografico Fantozzi, entrambi partoriti dalla fantasia di Villaggio), modesto
ragioniere di una grande società, è portatore della "schizofrenia latente del
subordinato". Questa sindrome si manifesta nel servilismo ipocrita nei confronti
dell'autorità aziendale, impersonata dal saccente e sadico cavalier Acetti (Gianni Agus),
da cui cerca scampo in sogni "mostruosamente" proibiti. In tali evasioni
oniriche Fracchia, riscattandosi dal grigiore quotidiano, diventa protagonista di un
intero Telegiornale o campione dei campioni di Rischiatutto, e la
segretaria Maria Ruini (Ombretta Colli), nascostamente bramata dall'impiegato, si
trasforma in una donna affascinante, bellissima e disponibile. Eroe perdente dei
"tempi moderni", anello debole di una frenetica catena di montaggio produttiva e
disumanizzante, il personaggio di Fracchia ha generato stereotipi linguistici ("Come
è buono lei!" supino e ossequioso tributo al principale che lo tiranneggia), tic
gestuali ("Mi si sono intrecciati i diti" per esprimere lo spasmo paralizzante
davanti all'arroganza del potere) e immagini simboliche (la poltrona malferma sulla quale
Fracchia è costantemente costretto a sedersi è divenuta metafora del disagio in
pubblico). "Proprio in ragione della forte carica satirica Giandomenico Fracchia si
appresta a essere uno spettacolo popolare: insolito nella forma ma antintellettualistico
nella sostanza, secondo il concorde proposito degli autori" (Pietro Pintus,
"Radiocorriere", 12-18 ottobre).
Lietta
Tornabuoni
da "Album di famiglia della tv" (Arnoldo Mondadori Editore, 1981):
Che si chiami Canzonissima,
Partitissima, Giardino d'inverno o Studio Uno, la
canzone-spettacolo è messa in telescena nello stile del musical di Broadway. Garinei e
Giovannini, Antonello Falqui e Guido Sacerdote riversano nelle trasmissioni il proprio
amore per il sogno americano e per il datato show alla Ziegfield: grande lusso,
scenografie mobili e scintillanti, coreografie inadatte al video fitte di decine e decine
di ballerine, stars, costumi ricchissimi, scale, ospiti d'onore, coreografi americani come
Hermes Pan (maestro di Fred Astaire, ndc) o Don Lurio, Bluebelle Girls per il balletto,
cantanti e fantasisti internazionali come Zizi Jeanmaire, Mac Roonay, Henry Salvador. Un
fasto affascinante che somiglia al boom economico italiano: sproporzionato e coloniale,
frenetico e precario.
Walter Veltroni
da "I programmi che hanno cambiato l'Italia. Quarant'anni di televisione".
(Feltrinelli, 1992):
A proposito di Studio
Uno:
Studio Uno è
stato il più semplice e forse il più popolare dei varietà televisivi non legati alla
lotteria. La sua struttura era sobria e lineare. Niente scenografie, solo un fondale
chiaro, un'orchestra disposta in maniera dimessa e il succedersi di ospiti e personaggi
fissi. La prima edizione era colta, raffinata, un po' pretenziosa. Insieme a Emilio
Pericoli e Renata Mauro si potevano vedere filmati con Thomas Mann o intere puntate
dedicate a George Gershwin. Lo spettacolo aveva una dichiarata vocazione internazionale.
(...) Ma i protagonisti veri di Studio Uno erano, in sostanza, due: il regista
Antonello Falqui e Mina. Falqui inventò Studio Uno dopo un viaggio negli Usa.
Lì aveva appreso una lezione di semplicità. E aveva costruito uno show a scorrimento
lineare, nella ricerca di un equilibrio tra i generi tradizionali del varietà: le
canzoni, il balletto, l'ospite, lo sketch. Falqui aveva già curato, allora, Il
Musichiere e Giardino d'inverno ed è stato, prima e dopo Studio Uno,
il regista dell'edizione più fortunata di Canzonissima e l'inventore, nei primi
anni settanta, di uno spettacolo originale con Proietti: Fatti e fattacci (...)
A proposito de La
Biblioteca di Studio Uno:
Del varietà di quegli
anni Biblioteca di Studio Uno fu il vero kolossal. Estratto dalla trasmissione
madre, il programma si dilatò con uno sforzo produttivo immenso. Venivano scelti dei
testi dalla grande letteratura popolare. Venivano sintetizzati, all'osso, per stare nei
sessanta minuti canonici. Poi venivano scritti i dialoghi che dovevano, quasi interamente,
essere modulati sull'aria di canzoni popolari. La parola parodia è, in questo caso,
troppo piccola. Qui c'è un immenso sforzo ideativo. Ogni scena prevedeva l'adattamento di
un dialogo che tenesse insieme la storia su una o più musiche famose. Ne vennero fuori
dei cammei. La tecnica era, per il tempo, sufficientemente inedita e l'effetto
dell'intrusione del "profano" musicale nel "sacro" letterario apparve
di assoluto valore dissacratorio. Personaggi fissi erano i quattro del Quartetto Cetra che
collaboravano ai testi e alle musiche. La loro intelligenza e anche finezza culturale, la
loro flessibilità e adattabilità di generi costituiva il perno fisso e forte della
trasmissione. Ma attorno ruotava il meglio del teatro italiano, televisivo e non. E tutti
si adattavano a giocare, a prendere in giro se stessi e il testo classico. Non c'è gioco
di parole, calembour, doppio senso che non sia stato usato da Falqui e dal produttore del
programma Sacerdote. Non c'era musica conosciuta che Bruno Canfora non abbia trovato,
adattato, rifatto. Era un fuoco di artificio di trovate, di guizzi d'ingegno.
Tutti sono passati da Biblioteca di Studio Uno. Più o meno come tutti, in quegli
stessi anni, passavano da Cinecittà. Il programma di Falqui era, credo, un grande set, un
immane sforzo della giovane macchina produttiva della Rai. In una sola puntata si potevano
contare venti scene diverse, cinque o sei balletti, duelli, costumi d'epoca e parrucche. E
poi tutto il lavoro di scrittura dei testi, la scelta delle musiche, la loro
registrazione, la colonna sonora delle voci degli attori, il perfetto playback. Un
gigantesco lavoro, per un varietà. E fu un grande successo. Nessuno si è più azzardato,
in questa dimensione, a ripetere lo schema della grande parodia. Ci ha provato Canale 5 in
tempi recenti, ma è meglio lasciar perdere. Qui parliamo di cose serie, di un programma
curato come una miniatura, intelligente, spiritoso, gaio. Capolavori, altro che storie.
Gualtiero Peirce
dall'articolo "Nel segno della tivvù" (Venerdì, La Repubblica, 9
aprile 1999):
Se nomini Studio Uno
a chi ha almeno quarant'anni rammenti un varietà indimenticabile: Mina, Walter Chiari,
Totò, De Sica, Mastroianni. Ma quella sigla identifica soprattutto un prototipo assoluto
della tv italiana: il primo studio in cui la televisione ha messo in scena se stessa senza
più palcoscenico e platea, senza più il teatro, in un ambiente popolato esclusivamente
dalla fauna televisiva: giraffe, telecamere, ospiti e conduttori. Oggi siamo
definitivamente assuefatti: non ci sorprende più ogni sera di trovarci di fronte a spazi
allestiti apposta per uno spettacolo televisivo eppure tutto, proprio tutto, dai colorini
ammiccanti delle trasmissioni Mediaset alle sontuosità carrambesche di Raiuno discende da
quella scenografia nera, buia, concepita da Antonello Falqui per svelare che lo spettacolo
si era trasferito in un nuovo habitat: la tv.
Dal sito mosaico Rai
Teche (www.teche.rai.it):
A proposito di Studio
Uno:
Diretto da Antonello
Falqui, questo varietà nasce dall'idea del regista di semplificare al massimo lo
spettacolo: scenografie essenziali, spazi sconfinati, linee geometriche, coreografie
scarne, utilizzo visibile degli strumenti di lavoro, telecamere e giraffe incluse. Una
formula vincente durata dal 1961 al 1966, dall'eleganza di Mina alle gambe delle Kessler,
dalla simpatia di Walter Chiari alla professionalità mai noiosa di Don Lurio. Tantissimi
grandi nomi hanno calcato gli studi di questo varietà all'avanguardia: Vianello e la
Mondaini, il Quartetto Cetra, la Vanoni, Sandra Milo e un gran numero di altri famosi
ospiti.

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